Lino Dagnello

Della mia autobiografia mi limito a dire che sono nato a Barletta nel dicembre del 1980. Ammaliato dall’arte, da autodidatta ha coltivato questa stupenda e misera passione.
Per me l’arte è innanzi tutto tecnica: l’arte senza tecnica è come un verbo senza paradigma. Non intendo per tecnica semplicemente la maestria o la perizia dell’artista, ma tecnica intesa come téchne, come lavorio dell’artista, come mezzo attraverso cui l’arte si esprime, imprescindibile quindi dall’arte.

Non c’è niente nelle mie opere che non abbia sentito mio, dentro di me, sofferto in me, nelle mie vene. Resta sempre e comunque qualcosa di indefinito, come nella vita, bisogna pur lasciare un fedele contributo al mistero. Le mie opere sono orme di un viaggio mitico, sognato, reale. In verità per me l’ artista non è mai autore di un bel niente, è sempre l’ arte che crea; tutt’al più l’artista è colui che percepisce un altrove e lo esprime nell’opera. Ciò che muove l’artista è visione o meglio è “visione oblita”. Nell’ispirazione infatti l’artista attinge all’ineffabile, ma ciò lo getta nell’oblio. Posto quindi nell’abisso tra dire e tacere l’artista, vincendo le vertigini dell’oblio, è colui che è detto. L’arte quindi esprime l’inesprimibile, da qui nasce quella sensazione forte che investe il fruitore di fronte a vere opere d’arte.

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Ciò non significa altresì abusare dello status concettuale dell’ arte altrimenti si trasgredisce irrimediabilmente l’arte, si fa meta-arte, in cui l’opera è solo un’asfissiante elucubrazione. E ciò comporta la sciagurata risoluzione dell’estetica nell’ermeneutica capostipite di una genia di critici imbellettatori abili nell’imbiancare i loro talentati sepolcri. L’opera d’arte non ha il dovere di informare, riferire o illustrare alcunché; se ciò accade è accidentale. L’eventuale interpretazione dell’opera è poco rilevante. Che i morti seppelliscano i loro morti dunque. Quel ch’è davvero essenziale è il prodursi dell’arte nell’opera.

L’esperienza artistica quindi, innanzi tutto per l’artista ma anche per il fruitore, al di là della sensazione del bello è esperienza dell’assoluto, ché non si dà estetica senza etica. In questo senso io sostengo e cerco di perseguire una concezione noetica dell’arte in cui l’artista, nel modo intuitivo dell’ispirazione, ghermisce l’assoluto e lo esprime nell’opera. L’arte è quel che si separa dall’assoluto lasciando traccia di sé attraverso l’artista. Ecco perché deve sempre eccedere, così come in alcuni momenti qualcosa ci eccede. E quel che eccede nell’uomo altro non è che una nuda tensione verso l’assoluto. L’opera d’arte quindi deve trasmettere una sensazione (aisthesis) tale da far vibrare questa tensione.Rifiuto quindi una concezione dell’arte semplicemente come mimesi, copia o simulacro che sia, fino al degradarsi dell’arte a mero feticismo della rappresentazione fine a sé stessa; al contrario bisogna aspirare all’irrappresentabilità.

 

 

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