Arte e Neuroscienze

Fu il neuroscienziato Eric R. Kandel, a mettere a confronto le due culture prevalenti nella vita intellettuale occidentale: ovvero, quella scientifica che si occupa della natura fisica dell’universo e quella umanistica che comprende la letteratura e l’arte che si interessano alla natura dell’esperienza umana.

Da questa descrizione, è inevitabile non percepire una distinzione tra le due culture, come se fossero due mondi diversi senza metodologie e obiettivi comuni.

Eppure, un punto in comune vi è: entrambe, si incontrano ed influenzano a vicenda nelle neuroscienze e nell’arte contemporanea.

Infatti, anche le neuroscienze cercano di rispondere alle domande sull’esistenza umana, usando lo studio dell’apprendimento e della memoria, e proprio la memoria fornisce il fondamento della nostra comprensione del mondo e del nostro senso d’identità personale, tant’è vero che noi siamo ciò che siamo in buona parte grazie a ciò che impariamo e ricordiamo.

Ma come può tutto questo essere associato all’arte?

I processi di apprendimento e memoria sono resi possibili dall’evoluzione che ha compiuto il nostro cervello sui meccanismi altamente specializzati di cui si serve, e sono questi stessi meccanismi a permetterci di reagire ad un’opera d’arte.

Ovviamente, quest’associazione è stata resa possibile grazie ad un evento importante degli anni ’60, cioè quando avvenne la sintesi scientifica tra la psicologia (scienza della mente) e le neuroscienze (scienza del cervello); infatti, si cercò di rendere la storia dell’arte, una disciplina scientifica fondata su principi psicologi (Riegl, Kris e Gombrich).

Sia gli scienziati che gli artisti, utilizzano il riduzionismo che in linee generali cerca di spiegare un fenomeno complesso esaminando a livello semplicistico le sue componenti: nel caso dell’arte, esso può spiegare come possano servire solo poche abili pennellate per creare un ritratto e suscitare una risposta percettiva ed emotiva nell’osservatore, e invece nel caso della scienza, può servire per risolvere un problema complesso.

Tornando al caso dell’arte, essa appare incompleta senza il coinvolgimento percettivo ed emotivo dell’osservatore, soprattutto se si tratta di opere astratte e non figurative, che richiedono un impegno maggiore, attivando quei processi cerebrali che permettono di recepire l’informazione incompleta dell’opera e completarla alla ricezione dei nostri occhi.

In parole semplici, gli storici d’arte Riegl, Kris e Gombrich, mostrarono che l’apprendimento e la memoria sono essenziali per la percezione visiva, e quindi per la risposta all’arte; la risposta che non richiede solo di vedere un’opera ma anche di associarla ai ricordi di altre opere o ad altre esperienze di vita che quel lavoro di associazione ed elaborazione (definito top-down) richiama alla mente.

Perciò, l’approccio riduzionista delle neuroscienze ha rivelato che l’apprendimento porta a cambiamenti nella forza delle connessioni tra i neuroni; a livello cerebrale, le associazioni visive apprese sono consolidate nella corteccia temporale inferiore, una regione del cervello che interagisce con l’ippocampo che a sua volta che si occupa del richiamo consapevole dei ricordi.

Anche la nostra risposta emotiva ai colori e ai volti nelle opere d’arte è data nella corteccia temporale inferiore, che contiene regioni specializzate per l’elaborazione dell’informazione sui colori e sui volti gestendo anche le emozioni.

L’arte astratta, permette indubbiamente di sollecitare l’elaborazione top-down, quindi delle nostre emozioni, della nostra immaginazione e della nostra creatività.

Concludendo, è lecito intendere la bellezza non solo negli occhi di chi guarda, ma anche nei processi creativi preconsci del cervello dell’osservatore.

 

Dott.ssa Maria Luisa Mazzetta

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