Carlo Zara

Carlo Zara (1947-2015) nasce durante la seconda guerra mondiale, il 5 marzo del 1943, mentre il padre milita come ufficiale nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Ciononostante il 27 aprile 1945 il dramma della guerra colpisce anche la sua famiglia quando il nonno paterno si offre al posto del figlio, che i tedeschi volevano prelevare, e viene ucciso, unendosi così agli oltre 100 civili trucidati nell’alta padovana durante le rappresaglie nazifasciste nei giorni tra il 27 e il 29 aprile del ’45.
Già durante la scuola primaria emerge la sua propensione per l’arte grazie alla vittoria, in un concorso d’arte per bambini, di un suo disegno (un retorico eroe a cavallo). Questo risultato convince il padre a fornirgli costantemente fogli e china necessari per l’esercizio grafico.
Gli anni della giovinezza sono anche gli anni della protesta e dell’impegno politico e sociale all’interno dei movimenti politici della sinistra sessantottina.

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Nel ’70 lavora come aiuto regista nel film “Uccidete il vitello grasso e arrostitelo” di Salvatore Samperi, soggetto di Dacia Maraini con musiche di Ennio Morricone. Anche se il cinema rimarrà per sempre uno dei suoi molti interessi, a circa 27 anni, incoraggiato dal pittore Tono Zancanaro, inizia a lavorare in modo professionale, con una intensa pratica quotidiana, come disegnatore satirico, e alcuni suoi lavori, ispirati dall’espressionismo tedesco di George Grosz, di Otto Dix e di Max Beckmann, illustreranno riviste politiche dell’epoca.

Durante questi anni costituisce una sua famiglia e comincerà il lavoro di insegnante elementare che lo porterà ad alternare l’insegnamento della mattina, all’attività artistica del pomeriggio, fino a tarda notte.
Nella seconda metà degli anni 70 espone, nelle sue prime mostre collettive ed individuali, principalmente disegni a china di satira politica militante (1977- Galleria il Centesimo- Padova- presentazione in catalogo di Tono Zancanaro, 1977/78 – Accademia dei Concordi di Rovigo).
Illustra inoltre con 13 tavole il libro poetico “Veglia a tre voci” di Giorgio Segato, Quick Press Group, 1978.

Così si autopresenta in una lettera della fine degli anni ’70:
Nato a Padova il 05 marzo 1943 comincio a lavorare piuttosto tardi, intorno ai 27 anni, e ho la fortuna di essere incoraggiato a cominciare da Tono Zancanaro, che qui a Padova è lietamente “un monumento” e che avete visto in una grande antologica anche a Milano proprio recentemente. Lo stesso Tono mi scrive una bellissima presentazione per la prima mostra personale, che tengo a Padova, alla Galleria “al Centesimo” nel febbraio ’77.” Alla fine dello stesso anno, seconda personale, abbastanza prestigiosa, alla “Accademia dei Concordi” a Rovigo. In seguito partecipo a numerose mostre collettive in varie città italiane.

Ha partecipato poi a rassegne del tipo “Umoristici a Marostica” e “Human Graffiti”.
Nel ’79 ha pubblicato, con 13 illustrazioni, del volumetto “Veglia a tre voci” di G. Segato edito da Zuick press group-Poesia. Recensioni critiche del mio lavoro su “Il Gazzettino” e “il Riso del libro”, nonché sul n° 87 di “D’Ars, periodico di arte contemporanea.”

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Gli anni ’80 si aprono – unitamente alla crisi familiare- con la fine dell’utopia e l’inizio del disimpegno e Carlo Zara ne prende atto.
Giorgio Segato, a commento della mostra civica presso la Galleria di Piazza Cavour del 1985, scrive:

Il mondo grafico di Carlo Zara si è andato espandendo man mano che il segno ha abbandonato l’intenzione esclusivamente politica per sondare gli spazi interiori dell’immaginazione, gli incubi, le ossessioni, le persistenze dei sogni, la libertà associativa della fantasia, che fonde stimoli esterni a impulsi psichici, tensione sociale e culturale e insorgenza emotiva. La denuncia del disagio esistenziale non riguarda più soltanto alla realtà esterna, in un processo di tesa e raffreddata oggettivazione, ma c’è presa di consapevolezza del coinvolgimento diretto e inevitabile della propria psiche, del proprio vissuto, e il conseguente maturare di una disponibilità ad esplorare, a tastare con “passione” i nuclei espressivi profondi, a lasciarli emergere a coscienza dolorosa dell’esistere, della paura di esistere, per conoscerne i limiti, gli spessori, le radici, per verificarne il rapporto con la realtà circostante e quotidiana”.

La sua espressione artistica non si limita più quindi al “graffio” a china, ma esplora la pittura, prima con l’acquarello e poi con l’acrilico; dalle tavole di satira politica passa alla illustrazione di passi di autori preferiti (Schopenhauer, Nietzsche, Cioran) e al disegno erotico.

In questi anni si esprime con maggiore intensità l’attività pubblica di Carlo Zara con la partecipazione a varie mostre:

  • 1984 – Galleria Fioretto – Padova – testo in catalogo di Giorgio Segato;
  • Centro d’Arte Goldoni “Al Grand-guignol dell’incubo– Meldola, Forlì – Testo di Giorgio Segato;
  • 1985 – Galleria il candelaio (Eco d’Arte Moderna), Firenze, presentazione di Nicola Micieli, Centro arte moderna di Pisa, presentazione di Nicola Micieli, Case del Guidi, Sesto Fiorentino, collettiva “Uno sguardo sull’uomo”, Civica Galleria di Piazza Cavour, Padova, “L’ironia del segno, personale con Busan, Andrea Corsini e Albino Palma; Roma, Galleria il Babbuino “Una mostra da proibire”, testo di Ugo Moretti; Riva del Garda, Collettiva: “Astrologia e inconscio”; e a rassegne dell’umorismo (Umoristi a Marostica – Homo ridens graffiti – Quadragono di Conegliano).

Illustra assieme a Ulderico Manani, Pietro Ricca, Tono Zancanaro alcune poesie di Giorgio Baffo per le Edizioni del Torchio (Thiene), con i suoi disegni collabora a giornali e riviste. Al finire degli anni 80, a neppure 50 anni, si ritira praticamente a vita privata nell’appartamento – studio, ma anche prigione come rappresenta talvolta nei suoi disegni (vedi le tavole dedicate a “via Redi,12”), dove, tranne sporadiche eccezioni, passa le sue giornate ascoltando musica, leggendo e principalmente dipingendo.

Nonostante questo suo isolamento, non perde comunque l’interesse per gli ultimi e rivolge la sua attività di maestro elementare agli extracomunitari prima e ai carcerati poi. Questo suo vivere si manifesta dal punto di vista della produzione artistica nel totale abbandono a partire dagli anni ’90 dell’arte figurativa, passando esclusivamente all’acrilico e alla pittura informale.
Torna ad esporre ancora due volte: nel 1994, in una personale presentata dal critico Giorgio Segato, presso la Galleria Civica di Piazza Cavour a Padova, e nel 2010, dopo un’assenza dalla vita pubblica durata molti anni, in cui si è dedicato ad un’intensa e intima ricerca artistica, presso “La Risorta” Osteria del Refosco, in una mostra intitolata “Le stagioni dell’anima”,

patrocinata dal Comune di Padova, in una personale fortemente voluta e organizzata da un solido gruppo di storici amici, tra i quali (e senza far torto agli altri), Alberto Grinzato dell’Anfora ed Elio Armano, con un servizio fotografico a colori di Giovanni Umicini.

Per ricordare l’esperienza artistica di questi ultimi anni, valgono le parole di Elio Armano:
A registrare la fine della fede nel progresso, dell’inganno delle ideologie, Carlo ha impastato i colori con la polvere della politica senza sogno e progetto. Ha lavorato come sotto il segno del Goya più vecchio, ha steso giorno dopo giorno strati di colore con la sola compagnia dei dischi più cari. Quadri come atti di libertà, testimonianza scura e sofferta o solare e coloratissima”.

Dopo anni di malattia, debilitato nel fisico e nel morale, nonostante l’aiuto e il sostegno di alcune amiche, muore in casa il 21 luglio sfinito dal gran caldo dell’estate 2015.

 

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